Narrazione ed esperienza: perché il racconto del modello è decisivo
Scheda LSP 09 · Verticale II Facilitazione · Voce di metodo
La narrazione è la terza fase del ciclo di un laboratorio: ciascuno racconta il proprio modello senza essere interrotto. È la fase che si taglia per prima quando il tempo stringe, e senza la quale tutto il resto perde la maggior parte del suo valore.
Che cosa fa il racconto all'esperienza
Un modello costruito è ambiguo per costruzione. Contiene decisioni — questo elemento accanto a quello, questo più alto, questo staccato — che il costruttore ha preso senza necessariamente sapere perché. Il racconto è il momento in cui quelle decisioni vengono lette e dichiarate, e non è una traduzione di qualcosa di già formato: è dove la formulazione avviene.
È un effetto documentato nella ricerca sull'apprendimento e va sotto il nome di autospiegazione: chi è invitato a spiegare ad alta voce quel che ha fatto arriva a conclusioni che non aveva prima di parlare. Nella pratica di laboratorio l'osservazione ricorrente è quella del costruttore che si interrompe a metà frase perché ha appena visto qualcosa nel proprio modello — un elemento che non aveva collocato intenzionalmente e che risulta significativo. Quel momento non arriva mai se la fase viene omessa.
Le regole della fase
Sono poche e non si negoziano.
- Chi ha costruito parla del proprio modello, nessun altro. Come tratta la scheda sulla metafora, il significato di un elemento è stabilito da chi lo ha collocato. Un facilitatore che interpreta sostituisce la propria lettura a quella del costruttore.
- Nessuna interruzione durante il racconto. Le domande vengono dopo, e riguardano il modello, non la persona: «perché questo pezzo è girato di spalle» è una domanda legittima, «non sarebbe meglio se» non lo è.
- Tutti raccontano. Anche chi ha costruito poco, anche chi dice di non avere niente da dire. Concedere l'esenzione a una persona la concede di fatto a tutte quelle che avrebbero preferito tacere, e il gruppo perde precisamente i contributi che il metodo esisteva per raccogliere.
- Si indica mentre si parla. Il gesto che punta un elemento ancora il discorso all'oggetto e impedisce alla narrazione di scivolare in un discorso generale sull'argomento.
Il rapporto fra esperienza e resoconto
Vale la pena riportare una difficoltà che la letteratura sulla narrazione riconosce da tempo: un racconto non restituisce un'esperienza, la organizza. Nel farlo introduce un ordine, una causalità e una chiusura che l'esperienza non aveva. Chi racconta il proprio modello produce una versione più coerente di quella che aveva in mente costruendolo, e la coerenza è in parte un artefatto del racconto.
Questo non è un difetto da correggere, perché non è correggibile. È però una ragione per non trattare il racconto come un verbale. Il suo valore sta nel rendere il modello utilizzabile dal gruppo, non nel documentare fedelmente uno stato mentale — e un facilitatore che verbalizza le narrazioni come se fossero dati raccoglie interpretazioni già levigate.
Gli errori più comuni
Tre si osservano regolarmente. Il primo è la compressione: dodici partecipanti, quattro minuti a testa, e la fase viene ridotta a un giro rapido in cui ciascuno nomina il proprio modello senza spiegarlo. Meglio ridurre il numero di cicli che comprimere il racconto: un ciclo completo vale più di tre mutilati.
Il secondo è la correzione: il facilitatore che riformula il racconto in un linguaggio più ordinato, con le migliori intenzioni, e nel farlo sostituisce le parole del costruttore con le proprie. Il terzo è il salto alla sintesi: passare direttamente dalla narrazione alle conclusioni, senza la fase di riflessione in cui il gruppo lavora su ciò che è emerso da tutti i modelli e non da uno.
Perché la fase regge tutto il resto
Il costruzionismo richiede che l'artefatto sia pubblico, e un modello che nessuno spiega non lo è: sta sul tavolo senza essere accessibile. L'ascolto ha bisogno di un oggetto preciso su cui esercitarsi, e il racconto è ciò che lo fornisce. Il valore della apertura di un canale non verbale si realizza solo se quel canale viene poi ricongiunto al linguaggio, perché è nel linguaggio che il gruppo decide.
Detto in breve: la costruzione produce il materiale, la narrazione lo rende condiviso, la riflessione lo trasforma in qualcosa su cui si può agire. Togliere l'anello centrale lascia un pomeriggio di attività e nessun risultato — che è la forma tipica del laboratorio riuscito a metà.
Domande frequenti
Perché il racconto non si può saltare?
Perché un modello che nessuno spiega resta privato: sta sul tavolo senza essere accessibile agli altri. È anche la fase in cui la formulazione avviene — chi spiega ad alta voce arriva a conclusioni che non aveva prima di parlare.
Chi può interpretare un modello?
Solo chi lo ha costruito. Gli altri possono fare domande sul modello — perché un elemento sta dove sta — ma non attribuirgli significati né proporre versioni migliori.
Che fare se qualcuno non vuole raccontare?
Tutti raccontano, anche brevemente. Concedere un'esenzione la concede di fatto a chiunque preferisca tacere, e il gruppo perde esattamente i contributi per cui il metodo esiste.
Quanto tempo serve per questa fase?
Più di quanto si preveda. Se il tempo non basta conviene ridurre il numero di cicli, non comprimere il racconto: un ciclo completo produce più di tre mutilati.
Il racconto è un resoconto fedele dell'esperienza?
No, e non può esserlo. Un racconto organizza l'esperienza introducendo un ordine e una chiusura che essa non aveva. Va usato per rendere il modello utilizzabile dal gruppo, non come documentazione di uno stato mentale.