Laboratori sul futuro: i formati, cosa producono e come si distinguono
Verticale III · Formati · 2 voci
Sotto la parola laboratorio stanno formati molto diversi, che si somigliano nella descrizione e non nell'esito. La differenza che conta non è la durata né il numero di partecipanti: è che cosa il formato produce e chi lo usa dopo.
Le tre domande che identificano un formato
Prima di scegliere un formato conviene rispondere a tre domande, perché la maggior parte delle sessioni che finiscono senza conseguenze ha sbagliato una di queste risposte e non la conduzione.
- Che cosa esce dalla stanza? Un elenco di alternative, una decisione, una mappa condivisa, un documento? Un formato che produce alternative non produce decisioni, e attendersele è la causa più frequente di delusione.
- Chi lo usa dopo, e quando? Se la risposta non ha un nome e una data, il formato è un esercizio di formazione — cosa legittima, purché dichiarata.
- Il materiale d'ingresso esiste già? Le fasi di documentazione — driver, segnali, dati di contesto — non si fanno in una stanza. Chiedere a un gruppo di produrle in mezza giornata restituisce le sue opinioni travestite da analisi.
I formati e che cosa producono
Quattro tipi coprono quasi tutto quel che circola, e vale la pena tenerli separati.
Il laboratorio di scenario. Un gruppo costruisce tre o quattro futuri alternativi a partire da materiale preparato, con il metodo dello scenario design. Esito: un insieme di alternative e la lista delle decisioni robuste. Non produce una scelta, e chiederglielo lo trasforma in una riunione. Durata realistica: una giornata piena, con il materiale già letto.
Il laboratorio di backcasting. Parte da uno stato futuro già scelto e ricostruisce la catena di precondizioni fino alle decisioni dell'anno in corso, come descritto nella scheda sul backcasting. Esito: un percorso con i suoi punti di rottura. È il formato più vicino a una decisione e il meno praticato, perché produce anche la lista delle cose da smettere.
Il laboratorio di costruzione. Usa rappresentazioni fisiche per far emergere in un gruppo ciò che i singoli sanno e non dicono, con le regole trattate nella verticale sulla facilitazione. Esito: un modello condiviso e — questo è il punto — la lista di ciò che il gruppo ha deciso di escludere. Vale quando il problema è il non detto, non quando è la mancanza di dati.
La sessione formativa. Esercita capacità di ragionamento su un caso non proprio: distinguere probabile da preferibile, riconoscere un bias mentre agisce, risalire da un esito alle sue precondizioni. Esito: competenza, non contenuto. La scheda sull'educazione al futuro tratta i formati per la scuola.
Chi c'è nella stanza
La composizione del gruppo incide sull'esito più della scelta del metodo, e si decide prima dell'invito. Il numero praticabile sta fra sei e dodici: sotto i sei le alternative prodotte sono troppo poche perché il confronto abbia materiale, sopra i dodici il tempo di parola per persona scende sotto la soglia in cui si può argomentare e la sessione si divide in un gruppo che parla e uno che ascolta.
L'eterogeneità che serve è quella funzionale — chi conosce il cliente, chi conosce il vincolo tecnico, chi conosce il conto economico — e non quella gerarchica. Su questo agisce un effetto che va previsto e non lamentato: la presenza di chi decide sopprime le alternative che gli si suppongono sgradite, e la sua assenza toglie all'esito qualunque conseguenza. Le due soluzioni praticate sono entrambe imperfette. La prima è farlo entrare solo alla restituzione, che protegge la generazione delle alternative e sposta il rischio sull'ultimo passaggio. La seconda è farlo restare per tutto il tempo con un vincolo dichiarato di non intervenire prima della fine, che tiene meglio con gruppi che si conoscono e male con gruppi nuovi.
Un terzo ruolo è utile e quasi sempre omesso: qualcuno che non partecipi e annoti che cosa il gruppo ha scartato senza discuterlo. Sono gli scarti impliciti, non le conclusioni, la parte dell'esito che a distanza di mesi si rivela informativa.
Perché la maggior parte finisce archiviata
Tre cause ricorrono, tutte esterne alla conduzione. La prima è l'assenza di un destinatario: senza qualcuno che debba usare l'esito entro una data, non esiste pressione a renderlo utilizzabile. La seconda è la sostituzione dell'analisi con la sessione, per cui il gruppo produce intuizioni al posto di leggere il contesto. La terza è il salto del passaggio finale — dallo scenario alle decisioni — che è l'unico ad avere un effetto verificabile e il primo a essere tagliato quando il tempo stringe.
C'è poi una condizione preliminare che nessun formato può creare da sé: la disponibilità a mettere in discussione qualcosa già deciso. Un laboratorio convocato per convalidare produce esattamente la convalida richiesta, con le forme di un esercizio aperto. È il caso in cui la conduzione migliore peggiora il risultato, perché lo rende più credibile.
Le due voci di questa verticale
Domande frequenti
Quanto dura un laboratorio sul futuro?
Un laboratorio di scenario richiede realisticamente una giornata piena, con il materiale di contesto già letto dai partecipanti. Le mezze giornate funzionano per il backcasting da uno stato già scelto o per una sessione formativa su un caso.
Un laboratorio produce una decisione?
Di norma no: produce alternative, e la lista delle scelte che reggono in tutte. Il formato che si avvicina a una decisione è il backcasting, perché arriva alla scelta che ricade nel periodo in corso.
Serve preparare del materiale prima?
Sì, e non è opzionale. Le fasi di documentazione — driver, segnali, dati di contesto — non si svolgono in una stanza: chiederle a un gruppo in mezza giornata restituisce le sue opinioni travestite da analisi dell'ambiente.
Perché tante sessioni non hanno conseguenze?
Perché manca un destinatario che debba usare l'esito entro una data, perché la sessione ha sostituito l'analisi anziché seguirla, o perché il passaggio finale dagli scenari alle decisioni è stato tagliato per mancanza di tempo.